le omelie in Polonia

Rimanete saldi nella fede!”.
Dagli altri discorsi e omelie AL CLERO DI VARSAVIA, GIOVEDÌ 25 MAGGIO 2006:
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La grandezza del sacerdozio di Cristo può incutere timore. Si può essere tentati di esclamare con Pietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore" (Luca 5, 8), perché facciamo fatica a credere che Cristo abbia chiamato proprio noi. Non avrebbe potuto scegliere qualcun altro, più capace, più santo? Ma Gesù ha fissato con amore proprio ciascuno di noi, e in questo suo sguardo dobbiamo confidare. Non lasciamoci prendere dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. Non bisogna scoraggiarsi per il fatto che la preghiera esige uno sforzo, né per l'impressione che Gesù taccia. Egli tace ma opera. Mi piace ricordare, a questo proposito, l'esperienza vissuta lo scorso anno a Colonia. Fui testimone allora di un profondo, indimenticabile silenzio di un milione di giovani, al momento dell'adorazione del Santissimo Sacramento! Quel silenzio orante ci unì, ci donò tanto sollievo. In un mondo in cui c'è tanto rumore, tanto smarrimento, c'è bisogno dell'adorazione silenziosa di Gesù nascosto nell'Ostia. Siate assidui nella preghiera di adorazione ed insegnatela ai fedeli. In essa troveranno conforto e luce soprattutto le persone provate. Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa: che siano degli specialisti nel promuovere l'incontro dell'uomo con Dio. Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica (a quello ci pensano i cardinali)
Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale. A tal fine, quando un giovane sacerdote fa i suoi primi passi, occorre che possa far riferimento ad un maestro sperimentato, che lo aiuti a non smarrirsi tra le tante proposte della cultura del momento. Di fronte alle tentazioni del relativismo o del permissivismo, non è affatto necessario che il sacerdote conosca tutte le attuali, mutevoli correnti di pensiero; ciò che i fedeli si attendono da lui è che sia testimone dell'eterna sapienza, contenuta nella parola rivelata. La sollecitudine per la qualità della preghiera personale e per una buona formazione teologica porta frutti nella vita. Il vivere sotto l'influenza del totalitarismo può aver generato un'inconsapevole tendenza a nascondersi sotto una maschera esteriore, con la conseguenza del cedimento ad una qualche forma di ipocrisia. È chiaro che ciò non giova all'autenticità delle relazioni fraterne e può condurre ad un'esagerata concentrazione su se stessi. In realtà, si cresce nella maturità affettiva quando il cuore aderisce a Dio. Cristo ha bisogno di sacerdoti che siano maturi, virili, capaci di coltivare un'autentica paternità spirituale. Perché ciò accada, serve l'onestà con se stessi, l'apertura verso il direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. Il papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo ha più volte esortato i cristiani a far penitenza delle infedeltà passate.(riferimento ai vescovi e ai preti informatori del regime comunista polacco? non lo dice, ma chi ha buone oreccchie...) Crediamo che la Chiesa è santa, ma in essa vi sono uomini peccatori. Bisogna respingere il desiderio di identificarsi soltanto con coloro che sono senza peccato. Come avrebbe potuto la Chiesa escludere dalle sue file i peccatori? È per la loro salvezza che Gesù si è incarnato, è morto ed è risorto. Occorre perciò imparare a vivere con sincerità la penitenza cristiana (quindi i peccatori all'interno della chiesa e le loro malefatte non vanno denunciati, neanche a posteriori, ma vissuti come una penitenza). Praticandola, confessiamo i peccati individuali in unione con gli altri, davanti a loro e a Dio. Conviene tuttavia guardarsi dalla pretesa di impancarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi e in altre circostanze. (Questo sì è puro relativismo !!) Occorre umile sincerità per non negare i peccati del passato,(cosa che comunque il papa non fa, ma forse non ne vede la necessità) e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le differenti pre-comprensioni di allora. (quindi per l'accusa valgono solo le prove provate, la vile materialità delle prove concrete, e soprattutto nessun giudizio seppur etico può essere separato dal contesto dell'epoca)
Inoltre la “confessio peccati”, per usare un'espressione di sant'Agostino, deve essere sempre accompagnata dalla “confessio laudis” – dalla confessione della lode. Chiedendo perdono del male commesso nel passato dobbiamo anche ricordare il bene compiuto con l'aiuto della grazia divina che, pur depositata in vasi di creta, ha portato frutti spesso eccellenti. (E le due cose magari si compensano quindi un peccato per quanto grave troverà ragion d'essere e giustificazione morale nei fatti successivi, soprattutto se vantaggiosi... )
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DALL’OMELIA DELLA MESSA A VARSAVIA, VENERDÌ 26 MAGGIO 2006:
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"Rimanete saldi nella fede!". Abbiamo sentito poc'anzi le parole di Gesù: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre - lo Spirito di Verità" (Giovanni 14, 15-17a). In queste parole Gesù rivela il profondo legame che esiste tra la fede e la professione della Verità Divina, tra la fede e la dedizione a Gesù Cristo nell'amore, tra la fede e la pratica della vita ispirata ai comandamenti. Tutte e tre le dimensioni della fede sono frutto dell'azione dello Spirito Santo (ricordate sono tre le dimensioni). Tale azione si manifesta come forza interiore che armonizza i cuori dei discepoli col cuore di Cristo e rende capaci di amare i fratelli come Lui li ha amati. Così la fede è un dono, ma nello stesso tempo è un compito. "Egli vi darà un altro Consolatore, lo Spirito di Verità". La fede, come conoscenza e professione della verità su Dio e sull'uomo, "dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo", dice san Paolo (Romani 10, 17). Lungo la storia della Chiesa gli apostoli hanno predicato la parola di Cristo preoccupandosi di consegnarla intatta ai loro successori, i quali a loro volta l'hanno trasmessa alle successive generazioni, fino ai nostri giorni. Tanti predicatori del Vangelo hanno dato la vita proprio a causa della fedeltà alla verità della parola di Cristo. E così, dalla premura per la verità è nata la Tradizione della Chiesa (non dalla verità stessa, nè dalla fedeltà, ma dalla premura...questo è essere zelanti).
Come nei secoli passati così anche oggi ci sono persone o ambienti che, trascurando questa Tradizione di secoli, vorrebbero falsificare la parola di Cristo e togliere dal Vangelo le verità, secondo loro, troppo scomode per l'uomo moderno. (verrebbe da chiedersi cosa lega il celibato degli ecclesiaastici, l'esclusione delle donne dalla gerarchia, il patrimonio immobiliare e finanziario della chiesa, il ruolo politico delle gerarchie, lo status diplomatico della città del vaticano con la parola di cristo e con il vangelo, semmai cosa li lega la tradizione politica, militare e diplomatica della chiesa al vangelo e la parola di cristo)
Si cerca di creare l'impressione che tutto sia relativo: anche le verità della fede dipenderebbero dalla situazione storica e dalla valutazione umana (mi chiedo come si può prescindere da quest'ultima a meno di non ritenersi divini).
Però la Chiesa non può far tacere lo Spirito di Verità. I successori degli apostoli, insieme con il papa, sono responsabili per la verità del Vangelo, ed anche tutti i cristiani sono chiamati a condividere questa responsabilità accettandone le indicazioni autorevoli (sia chiaro, condividere è bello, purchè obbedienti all'autorità).
Ogni cristiano è tenuto a confrontare continuamente le proprie convinzioni con i dettami del Vangelo e della Tradizione della Chiesa nell'impegno di rimanere fedele alla parola di Cristo, anche quando essa è esigente e umanamente difficile da comprendere. Non dobbiamo cadere nella tentazione del relativismo o dell'interpretazione soggettivistica e selettiva delle Sacre Scritture. Solo la verità integra ci può aprire all'adesione a Cristo morto e risorto per la nostra salvezza. [...]
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DALL’OMELIA DELLA MESSA A CRACOVIA, DOMENICA 28 MAGGIO 2006:
[...] Cari fratelli e sorelle, il motto del mio pellegrinaggio in terra polacca, sulle orme di Giovanni Paolo II, è costituito dalle parole: “Rimanete saldi nella fede!”. L’esortazione racchiusa in queste parole è rivolta a tutti noi che formiamo la comunità dei discepoli di Cristo, è rivolta a ciascuno di noi. La fede è un atto umano molto personale, che si realizza in due dimensioni (il 26 maggio, poco sopra erano tre). Credere vuol dire prima di tutto accettare come verità ciò che la nostra mente non comprende fino in fondo (invito a credere anche se assudo- san paolo- invito a credere proprio perchè assurdo- san girolamo).
Bisogna accettare ciò che Dio ci rivela su se stesso, su noi stessi e sulla realtà che ci circonda, anche quella invisibile, ineffabile, inimmaginabile (e come mai tanta ostinata avversione ai risultati scientifici sull'origine dell'uomo, dell'universo, della natura biologica dell'uomo? tutta roba relativistica destinata a passare di moda?).
Questo atto di accettazione della verità rivelata, allarga l’orizzonte della nostra conoscenza e ci permette di giungere al mistero in cui è immersa la nostra esistenza.(alla fine di ogni ricerca la religione giunge sempre alla scoperta di un mistero. non se ne esce proprio....)
Un consenso a tale limitazione della ragione non si concede facilmente. Ed è proprio qui che la fede si manifesta nella sua seconda dimensione: quella di affidarsi ad una persona – non ad una persona ordinaria, ma a Cristo. È importante ciò in cui crediamo, ma ancor più importante è colui a cui crediamo. (Quindi si possono credere le stesse cose, ma valgono di più se si crede che le abbia dette Gesù e non Socrate o Ghandi... troppo ordinari, ci mancherebbe)
[...] Prima di tornare a Roma, per continuare il mio ministero, esorto tutti voi, ricollegandomi alle parole che Giovanni Paolo II pronunciò qui nell’anno 1979: “Dovete essere forti, carissimi fratelli e sorelle! Dovete essere forti di quella forza che scaturisce dalla fede! Dovete essere forti della forza della fede! Dovete essere fedeli! Oggi più che in qualsiasi altra epoca avete bisogno di questa forza (è sempre oggi il momento cruciale: che sfiga, il peggio ha dà venì). Dovete essere forti della forza della speranza, che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo! Dovete essere forti dell’amore, che è più forte della morte. Dovete essere forti della forza della fede, della speranza e della carità, consapevole, matura, responsabile, che ci aiuta a stabilire il grande dialogo con l’uomo e con il mondo in questa tappa della nostra storia: dialogo con l’uomo e con il mondo, radicato nel dialogo con Dio stesso – col Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo – dialogo della salvezza” (10 giugno 1979, Omelia). Anch’io, Benedetto XVI, successore di papa Giovanni Paolo II, vi prego di guardare dalla terra il cielo (luogo deputato agli dei) – di fissare Colui che – da duemila anni – è seguito dalle generazioni che vivono e si succedono su questa nostra terra, ritrovando in Lui il senso definitivo dell'esistenza(tutto sommato duemila anni sono un po' pochi per chi pretende di rappresentare l'eternità passata e il senso definitivo del nostro futuro).
Rafforzati dalla fede in Dio, impegnatevi con ardore nel consolidare il suo Regno sulla terra: il Regno del bene, della giustizia, della solidarietà e della misericordia. Vi prego di testimoniare con coraggio il Vangelo dinanzi al mondo di oggi, portando la speranza ai poveri, ai sofferenti, agli abbandonati, ai disperati, a coloro che hanno sete di libertà, di verità e di pace. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune, testimoniate che Dio è amore. Vi prego, infine, di condividere con gli altri popoli dell’Europa e del mondo il tesoro della fede, anche in considerazione della memoria del vostro connazionale che, come successore di san Pietro, questo ha fatto con straordinaria forza ed efficacia. E ricordatevi anche di me nelle vostre preghiere e nei vostri sacrifici, come ricordavate il mio grande predecessore, affinché io possa compiere la missione affidatami da Cristo. Vi prego, rimanete saldi nella fede! Rimanete saldi nella speranza! Rimanete saldi nella carità! Amen!

visita ad Auschwitz

Nel discorso del Papa tanta ipocrisia e poca memoria

Il discorso integrale del Papa ad Auschwitz

«Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile - ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio - un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, (richiesta di perdono e riconciliazione che badate bene il Pa non pronuncia, ma lascia all'oblio dl silenzio) un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa. Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: 'Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui... Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro dello sterminio e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papà. Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: 'Sono sei milioni di polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazionè, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell'uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: 'Pronuncia queste parole [...] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticatì. Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco - figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicchè il nostro popolo potè essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. (insomma, ingannati da politicanti senza scrupoli; peccato che l'antisemitismo era profondamente radicato e diffusamente praticato tanto nella “pagana” Germania quanto nella “cattolica” Polonia e i nazisti non faticarono molto a rastrellare gli ebrei polacchi lituani estoni e ucraini, nonché italiani, francesi romeni e ungheresi...)
Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione - da Dio innanzitutto che, solo (solo con Lui, perchè una riconciliazione frutto della convivenza civile sotto la bandiera dell'EU non è credibile), può aprire e purificare i nostri cuori(nostri, suoi e degli altri, se c'è un impegno da prendere non parla mai per se stesso, ma sempre al plurale); dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest'ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell'odio e sotto la violenza fomentata dall'odio. (un bellissimo panegirico per non citare i protagonisti negativi di ieri: riconciliazione da Dio -che è di tutti noi e- dalle vittime, -che sono morte- e da chi soffre ORA, per la repressione e la violenza, ma non riconciliazione dai sopravvissuti di ieri, riconoscendo le responsabilità dei protagonisti di ieri.)
Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? (E la chiesa perchè ha taciuto?considerando che tanti uomini, anche cattolici, anche preti denunciavano gli orrori della dittatura, come mai la chiesa ufficiale ieri così prudente oggi non fa ammenda?) Come potè tollerare questo eccesso (magari meno eccesso sarebbe stato tollerabile, in fondo non era la prima volta, ma così, un'esagerazione fuori luogo e di cattivo gusto) di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell'Israele sofferente: '...Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose... Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!' (Sal 44,20.23-27). Questo grido d'angoscia che l'Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d'aiuto di tutti coloro che nel corso della storia - ieri, oggi e domani - soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi» (però il coraggio di fare nomi dei popoli oppressi e i nomi degli oppressori, la Chiesa, sempre prudente, ancora non se l'è fatto venire). (Ma ecco il capolavoro difensivo dell'indifendibile passato omertoso e complice della chiesa di Pio XII):«Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio - vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia (e siccome non possiamo giudicare Dio anche la storia deve sfuggire al giudizio?). Non difenderemmo, in tal caso, l'uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione.(e da quando la verità distrugge l'uomo)
No - in definitiva, dobbiamo rimanere con l'umile ma insistente grido verso Dio: Svegliati! Non dimenticare la tua creatura, l'uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio - affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell'indifferenza e dell'opportunismo (bravo! Emerge questo mea culpa?) . Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l'abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall'altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui (il “cinismo” di chi non “commette violenza cieca contro le persone innocenti”, che viene messo fra le “forza oscure”, ed equiparato alla violenza).
Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza - una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. (Adesso dopo aver fatto appello alla luce della ragione e della ragionevolezza,occorre riscrivere la verità della ragione:...)
Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione - di una ragione(ce n'è più d'una evidentemente!!!), però, che certamente non è una neutrale matematica dell'universo, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio (che bei giochi di parole: la ragione, ma non quella della matematica o della logica, ma la ragione dell'amore, quindi l'irrazionale. E chi minaccia l'indissolubile binomio Amore-Pace? L'irrazionalità ovvero la falsa ragione, quella staccata da Dio, del polinomio Dio-Amore-Pace, quella che pervadeva i premi nobel, i fisici, i matematici i politici e i miserabili che abbandonarono Germania e Italia alla vigilia della catastrofe, inascoltati e derisi).
Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria che nello stesso tempo è luogo della Shoah. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l'immagine di Dio. Alcune lapidi invitano a una commemorazione particolare. C'è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: 'Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello' si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all'uomo - a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte. (Che strana teoria; ci si chiederebbe a che pro la Chiesa abbia praticato l'emarginazione, la persecuzione e lo sterminio degli ebrei di tutta europa nei secoli passati, se questo avesse veramente portato alla conseguente separazione fra Dio e il Cristianesimo; oppure rileggendo la frase "Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio ..." si potrebbe pensare che la chiesa si è ravveduta: se gli ebrei ancora esistono forse sono veramente il popolo eletto, e magari Dio esiste!!) C'è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l'élite culturale e cancellare così il popolo (élite e popolo non sono sinonimi!) come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava a esistere, a un popolo di schiavi. (che bel gioco di parole: il latinista-germanista Ratzinger ci ricorda che la parola Slavo deriva dal latino Schiavo poiché i Romani proprio dai balcani prelevavano la loro forza lavoro gratuita: un lapsus adolescenziale?)
Un'altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in un'ideologia nella quale doveva contare ormai solo l'utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben - una vita indegna di essere vissuta. Poi c'è la lapide in russo che evoca l'immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: liberando i popoli da una dittatura, dovevano servire anche a sottomettere gli stessi popoli a una nuova dittatura, quella di Stalin e dell'ideologia comunista.
(ecco come un sacrificio reale e consapevole viene sminuito dall'uso che altri -un'altro gruppo criminale suppongo- ne avrebbero fatto; una piccola pulce, un tarlo messo proprio ad arte. Complimenti)
Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell'Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell'intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore». (finalmente una frase da condividere totalmente)
«Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell'orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso.
(Ma non aveva scelta sul proprio tragico destino! La Stein non è una martire cristiana, ma l'ennesima, milionesima vittima ebrea. L'essere cristiano non salvò nessuno di origine ebrea o ebreo convertito, ma anzi condannò le persone sposate o imparentate con ebrei. La lotta contro gli ebrei condotta dai nazisti non era confessionale, ma razziale. Gli unici che avrebbero potuto salvarsi dalla repressione politica erano i testimoni di Geova se ripudiando il loro credo e rinunciando all'obiezione di coscienza avessero preso le armi, ma non lo fecero. L'obiezione di coscienza e il ripudio delle armi era un concetto sconosciuto, anzi condannato nella chiesa cattolica degli anni del concordato col fascismo -1924- e col nazismo-1936- in cui la patria e la fede si difendevano arruolandosi e combattendo contro l'agnosticismo delle democrazie e l'ateismo del comunismo).
I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation - come il rifiuto della nazione (Interessante, il Papa distingue fra Ebrei e Tedeschi!! come se gli ebrei finora ricordati non fossero tedeschi! altro lapsus?).
Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo (nostro popolo, quello dei tedeschi non ebrei, perchè il sacrificio degli altri non è sufficente testimonianza) non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: 'Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d'oro che tu hai eretto' (cfr Dan 3,17s.). Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera dell'odio. (Seppur il Papa rende tutte cristiane le vittime tedesche non dichiaratamente ebree di Auschwitz e quindi sottintende il loro martirio o Olocausto cristiano, và sottolineato che la maggioranza delle vittime non politiche erano vittime inconsapevoli e assolutamente innocenti, ovvero esenti anche da colpe presunte, come i vecchi malati, ritardati mentali, malati cronici non autosufficenti, orfani, minorati fisici, inabili al lavoro ecc..; e chi contrastava il regime veniva perseguitato non per il suo credo religioso, ma per l'opera politica di denuncia e disobbedienza che attuava.)
Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all'orrore che la circonda: 'Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare'. Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il dialogo e la preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell'inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oswiecim (nome polacco ed attuale di auschwitz) esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro internazionale di formazione su Auschwitz e l'Olocausto (olocausto, ovvero martirio dei cristiani, la Shoa è degli ebrei)
C'è poi la Casa internazionale per gli incontri della gioventù. Presso una delle vecchie Case di preghiera esiste il Centro ebraico. Infine si sta costituendo l'Accademia per i diritti dell'uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell'orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l'amore. L'umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una 'valle oscura'. (Non l'umanità! l'umanità fuggiva dalla germania e insieme agli ebrei e ai rifugiati politici denuncia da anni l'orrore dell'ideologia razzista e nazista; la “valle oscura” è stata attraversata dalle gerarchie vaticane che speravano di usare il nazismo in funzione anti sovietica ed anti atea. )
Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia - con un Salmo d'Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: 'Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perchè tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza... Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi annì (Sal 23, 1-4. 6)»
28 maggio 2006